Artrodesi di caviglia

L’artrodesi di caviglia o (anchilosi chirurgica o fusione articolare) è un intervento chirurgico che mira alla fusione degli elementi ossei dell’articolazione. L’obiettivo dell’intervento è la riduzione del dolore, a discapito di un’inferiore mobilità della caviglia.

L’ intervento quando?

Quando il paziente con l’artrosi alla caviglia non riesce più a trovare sollievo attraverso i più comuni trattamenti “incruenti” (plantari, tutori, anti infiammatori e infiltrazioni) è il momento di valutare l’intervento. Sarà necessaria una radiografia di piede e caviglia in carico anteroposteriore, laterale per analizzare l’allineamento dell’articolazione e una TAC o una risonanza magnetica per valutare correttamente le strutture capsule legamentose, la cartilagine articolare e l’osso subcondrale.

Artrodesi a cielo aperto e a cielo chiuso

In base allo stadio della patologia, verrà valutato se optare per un intervento in artroscopia (a cielo chiuso) o a cielo aperto (aprendo l’articolazione).

In generale, l’artrodesi in artroscopia o artrodesi “mini-invasiva” è utilizzata solamente per i pazienti che presentano deformità minime. L’artrodesi a cielo aperto è invece indicata per i pazienti con deformità significativa di caviglia e mal allineamento del piede e della caviglia

In ogni caso, la posizione postoperatoria ottimale dell’articolazione piede-caviglia interessata è la stessa. Il piede dovrebbe risultare extraruotato tra i 5 e i 10 gradi e leggermente in valgo (5 gradi), con la caviglia in flessione neutra, cioè 0 gradi. Questa posizione fornisce il migliore allineamento dell’arto e il miglior adattamento per il movimento dell’anca e del ginocchio.

Artrodesi in artroscopia

Questa opzione è efficace solamente quando la caviglia artrosica è deformata in modo lieve.

Solitamente si accede all’articolazione con 2 o tre incisioni, per via mediale rispetto al tendine tibiale anteriore, o per via laterale rispetto al tendine dell’estensore lungo delle dita

Nel caso vadano rimossi dei frammenti formati durante l’intervento, può essere necessario accedere per via laterale rispetto al tendine del terzo peroniero.

Una volta asportata tutta la cartilagine atrofica e degenerata ed esposto l’osso subcondrale sanguinante a livello dei capi articolari, vengono posizionate viti cannulate al fine di stabilizzare l’articolazione, garantendo così quella stabilità che permetterà la fusione dei capi articolari.

La caviglia operata non deve sopportare il carico per 5 settimane, va tenuto a riposo completo indossando un apparecchio gessato con tutore rigido, in modo che la fusione articolare si possa compiere. Da lì si inizia a caricare gradualmente. Sarà poi necessaria una radiografia per verificare la buona riuscita della fusione. A quel punto sarà possibile tornare a caricare completamente sul piede.

Artrodesi a cielo aperto

Questo intervento è indicato per chi presenta gravi malformazioni.

E’ molto importante che il chirurgo qui abbia un’ottima visione dell’articolazione e che possa accedervi con gli strumenti chirurgici nel miglior modo possibile. Una volta esposti i capi articolari si esegue la completa asportazione della cartilagine degenerata esponendo l’osso sub-condrale sanguinante; quindi si ottiene la correzione delle eventuali deformità presenti con osteotomie o innesti ossei omoplastici o autoplastici e si stabilizzano i capi articolari in compressione con viti cannulate, fili di Kirschner o chiodi retrogradi transcalcaneari.

L’arto viene poi ingessato o alloggiato in tutore rigido per un mese senza carico; sarà poi necessaria una rx di controllo per valutare la corretta progressione della fusione articolare e il paziente dovrà deambulare per ulteriori 30 gg con il tutore rigido caricando progressivamente.

Il carico completo sarà possibile solo quando la radiografia conferma che la fusione ossea è compiuta. Questo richiede un tempo tra le 8 e le 12 settimane.

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Quali sono i rischi?

L’artrodesi di caviglia è un intervento chirurgico tecnicamente difficile e il sopraggiungersi di complicanze è piuttosto comune, a partire dal mancato consolidamento dell’osso.

Per questo è importante valutare molto bene i fattori di rischio per ogni singolo paziente:

  • età del paziente;
  • fumatore o non fumatore (il rischio di mancato consolidamento aumenta nei pazienti fumatori);
  • eventuali interventi precedenti;
  • presenza di una frattura grave;
  • presenza di una lesione aperta;
  • presenza di una infezione locale;
  • presenza di una osteonecrosi astralgalica (una necrosi dell’osso astragalo).