Protesi d’anca: il primo impianto

Consiste nella sostituzione completa dell’articolazione con una protesi totale d’anca (o artroprotesi d’anca). Questo intervento ha l’obiettivo di eliminare il dolore in modo definitivo.

La protesi è un’articolazione artificiale realizzata con materiali molto resistenti all’usura, come ad esempio leghe metalliche di Titanio o Cobalto-Cromo, materiale plastico (polietilene) o ceramica.

La protesi è costituita da una coppa e da uno stelo, che durante l’intervento vengono inseriti rispettivamente nell’acetabolo e nel femore. Sullo stelo viene assemblata poi una testa protesica che si “articolerà” con la superficie interna della coppa protesica.

Fonte www.forunnershealthcare.com: Video Intervento Protesi di anca

Protesi d’anca: cementata e non cementata?

Fino a pochi anni fa, per fissare i componenti della protesi d’anca, veniva utilizzato il cemento acrilico, che aveva una funzione principalmente riempitiva e che univa il metallo e l’osso, manteneva in posizione la protesi.

Oggi spesso si preferisce ricorrere alla protesi non cementata, attraverso l’innesto di un legame biologico: lo stelo della protesi è rivestito di superficie porosa, consentendo così all’osso di crescere all’interno, ancorandosi alla protesi.

Questa soluzione è consigliata ormai in tutti i casi, a parte l’osteoporosi grave in cui l’osso risulta troppo fragile.

Quando è indicato l’intervento?

Quando le cure mediche e la fisioterapia non producono più i benefici sperati, significa che l’intervento diventa la soluzione migliore per risolvere la problematica.

Le tipiche patologie che causano dolore all’anca e portano poi all’intervento chirurgico sono:

  1. Coxartrosi o artrosi degenerativa dell’anca

    Si presenta nelle forme primarie (di cui la causa è ad oggi ancora ignota), e nelle forme secondarie (determinate da patologie o condizioni preesistenti, quali displasia, conflitto femoro-acetabolare, postumi di frattura).

  2. Artriti: artrite reumatoide, spondilite anchilosante, artrite psoriasica

    In quelle situazioni in cui l’articolazione è stata danneggiata in modo irreversibile dall’artrite.

  3. Osteonecrosi della testa del femore

    In questo caso ci troviamo nella fase più avanzata, in cui l’unica soluzione, come già anticipato nelle righe precedenti, è la protesi.

  4. Frattura del collo femorale

    In caso in cui il paziente sia molto anziano e il cotile (l’acetabolo) non è artrosico, è possibile ricorrere a una protesi parziale solo femorale, posizionata con un intervento molto meno invasivo rispetto a quello di protesi totale.

Come avviene l’intervento di protesi d’anca?

Sono tre le principali tecniche con cui effettuare un’intervento di protesi:

  1. accesso anteriore;
  2. accesso laterale;
  3. accesso posteriore.

La scelta spesso dipende soprattutto dall’esperienza personale del chirurgo.

Personalmente l’accesso laterale diretto è la tecnica che prediligo e su cui ho maggiore esperienza. Questa tecnica consiste in un’incisione longitudinale sul “fianco” lunga dai 10 ai 15 cm. Oltre a questa la via anteriore è certamente l’altra tecnica che garantisce un’ottimo recupero, in quanto meno traumatica per i tessuti molli.

Questo intervento è consigliato a pazienti magri e poco muscolosi, infatti sia l’obesità che la muscolatura ipertrofica possono rendere difficoltoso l’alloggiamneto delle componenti.

Una volta raggiunta l’articolazione, questa viene lussata (ovvero vengono distaccati tra di loro la testa del femore e l’acetabolo del bacino), esponendo i capi articolari. Successivamente il collo e la testa del femore vengono asportati e sostituiti con la protesi.

Lo stelo viene posizionato all’interno del canale midollare del femore e la coppa viene inserita nell’acetabolo. Si applica poi la testina, con conseguente riduzione della stessa, all’interno del neoacetabolo.

Nel caso di protesi non cementate, il chirurgo impianta una coppa leggermente più grande della sede acetabolare preparata, ottenendo così un “incastro a pressione” (press-fit). Questo ha lo scopo di garantire una stabilità iniziale dell’impianto, dando la possibilità poi all’osso di crescere nel rivestimento periprotesico, al fine di garantire stabilità definitiva dell’impianto.

Se l’osso non è sufficientemente resistente, come nel caso dell’osteoporosi severa, è spesso necessario rafforzare l’impianto con delle viti di ancoraggio.

Protesi Anca Via di accesso anteriore – Anterior Animaton High Res

Fonte AMIS: The Anterior Minimally Invasive Surgery technique

Rischi della protesi d’anca

La protesi d’anca è un’intervento ormai molto frequente, con un alto tasso di soddisfazione tra i pazienti. Questo perché si passa da una situazione in cui è presente dolore e difficoltà a compiere i gesti quotidiani serenamente, a una situazione in cui il dolore sparisce e si torna a poter svolgere la propria vita piuttosto normalmente.

In ogni caso, si tratta di un’intervento di chirurgia maggiore, ed è quindi molto importante che il paziente comprenda chiaramente quali sono i rischi connessi all’intervento. I più importanti sono:

  • Infezione periprotesica

    E’ un’infezione causata da una colonizzazione batterica della protesi.
    Accade perché la superficie metallica della protesi è il terreno ideale per la crescita dei batteri, che qui sono al riparo dalle difese immunitarie dell’organismo.

    E’ la complicanza più temibile, dato che si verifica nello 0,5-1% dei casi, nonostante la presenza di asepsi (sterilizzazione) ottimale, di una procedura chirurgica corretta e di un’adeguata profilassi antibiotica.

    Diabete mellito e immunodeficienza sono fattori di rischio che aumentano la possibilità di incappare in infezioni.

    La maggior parte delle infezioni si presenta immediatamente dopo l’intervento. Non è escluso del tutto che si manifesti anche a distanza di anni.

    Come intervenire:

  • nelle prime settimane dall’impianto è possibile intervenire con una pulizia chirurgica;
  • se l’infezione si è cronicizzata o è a esordio tardivo, è necessario ricorrere ad un espianto totale della protesi, oltre a un’accurata pulizia chirurgica di tutti i tessuti infetti e necrotici. Va inoltre applicato uno spaziatore cementato che garantisca il mantenimento dello ‘spazio articolare’ per tutto il periodo necessario alla guarigione all’infezione ( 6-8 settimane, con terapia antibiotica specifica ). Successivamente, in caso gli esami ematici (VES, PCR) e la scintigrafia con granulociti marcati si siano normalizzati, si può procedere alla rimozione dello spaziatore e alla sostituzione della protesi.
  • Trombosi venosa col rischio di embolia polmonare

    Grazie agli attuali protocolli di prevenzione, piuttosto semplice da eseguire, questa complicanza ha oggi un’incidenza piuttosto bassa: assunzione di anticoagulanti e uso di calze elastiche durante tutto il periodo post-operatorio.
    La flebografia dimostra che circa il 15% dei pazienti sviluppa qualche forma di occlusione venosa in seguito all’intervento. Solo raramente questa produce sintomi e solo in casi eccezionali determina una embolia polmonare.

    Gli stessi farmaci usati per prevenire queste complicanze possono essere assunti a dosaggio aumentato anche per curarle, qualora si dovessero verificare.

  • Lussazione in seguito a protesi d’anca

    Si verifica quando la testa della protesi esce al di fuori della coppa. La percentuale dell’evento è stimata al 3,9% nelle protesi primarie (intervento protesico di primo impianto) e fino al 14,4% nelle revisioni (intervento protesico di revisione).
    E’ una complicanza che può verificarsi a seguito di movimenti che vanno tassativamente vietati nelle prime 6 settimane dopo l’impianto:

  • flessione dell’anca oltre i 90°;
  • incrociare le gambe.

Una delle cause che predispongono questa complicazione è l’assenza di tono muscolare, che fortunatamente si risolve spesso con una riduzione incruenta. Si interviene con manovre esterne per riportare la protesi alla condizione corretta: non è un intervento chirurgico, ma il paziente viene sedato al fine di avere il necessario rilasciamento muscolare.

In caso di mancato successo, si dovrà reintervenire chirurgicamente per rialloggiare le componenti nella loro sede.

Com’è il decorso post operatorio?

Il paziente rimane ricoverato a seguito dell’intervento tra 4 e 8 giorni, in relazione all’età, malattie coesistenti e capacità di seguire il programma riabilitativo.
Solitamente si deambula già in seconda giornata, con l’ausilio di stampelle.

Nel caso di protesi cementate, le stampelle vengono eliminate precocemente, non appena i tessuti molli sono guariti, entro 2 settimane dall’intervento.

Nel caso di protesi non cementate è preferibile mantenere l’uso di stampelle per 4-6 settimane per favorire il processo di unione tra l’osso e l’impianto artificiale (osteointegrazione).

Riabilitazione dopo l’impianto della protesi d’anca

Alcune indicazioni del chirurgo:

“La riabilitazione dopo l’intervento di protesi d’anca si limita spesso all’insegnamento della deambulazione in appoggio sfiorante e degli esercizi di mantenimento del tono muscolare. In 6-8 settimane il paziente può tornare ad una vita normale”

Quanto dura una protesi d’anca?

Le protesi attualmente disponibili durano circa 25 anni, ma molto dipende dal peso corporeo e dal livello di attività fisica del paziente, fattori che sembrano incidere in modo determinante sulla durata dell’impianto.
Il rischio quindi per una persona giovane, attiva e in sovrappeso, è quello di doversi sottoporre nella vita ad un intervento di riprotesizzazione. Si valuta quindi l’intervento in questa situazione sempre con grande cautela.

Le migliori soluzioni per gli under 60

Le soluzioni ad oggi più efficaci sono:

  • Protesi conservative

    Richiedono una minore asportazione ossea a livello del femore e possono essere impiegate in casi molto specifici richiedendo un’accurata selezione dei pazienti.

  • Accoppiamenti testa-inserto acetabolare a bassissima usura

    Sono interfacce articolari ad accoppiamento “ceramica-ceramica” oppure protesi in Oxinium (protesi in metallo su cui si effettua una ossidazione di superficie che induce una ceramizzazione del metallo) che hanno il grande vantaggio di liberare una quantità minima di detriti.

Protesi d’anca e sport

Un completo recupero della funzione e della stabilità articolari richiede almeno 4 mesi dall’operazione. E’ bene quindi attendere almeno questo periodo per rientrare all’attività sportiva.

Quali sport?

Gli sport che comportano la corsa o il salto (jogging, pallavolo, basket, calcio) hanno effetti potenzialmente dannosi sulla protesi, perché determinano violenti e ripetuti impatti della testa protesica nella coppa, incrementandone l’usura. Sono altamente sconsigliati.

Attenzione a ciclismo, sci alpino ed equitazione

Si tratta di sport a rischio di trauma. Subire un trauma a seguito dell’intervento significa avere un alto rischio di danneggiare la protesi.

Sì al nuoto e all’attività fisica moderata

Gli sport maggiormente indicati sono nuoto, golf, ginnastica.